F1, GP del Brasile - L'analisi

Da Interlagos esce una Ferrari competitiva, che può guardare con fiducia il 2018. In casa Mercedes due gare in una, con Bottas che poteva fare qualcosa di più ed il solito Hamilton monstre. Passo indietro Red Bull, penalizzata da un motore Renault sempre più deficitario.

F1, GP del Brasile - L'analisi
F1, GP del Brasile - L'analisi

Per quanto il campionato sia da considerarsi concluso vista l’assegnazione di entrambi i titoli mondiali, il Gran Premio del Brasile ha fornito diversi spunti sotto l’aspetto tecnico e sportivo: la buona gara della Ferrari, con entrambe le vetture sul podio, la sindrome da piedino di Bottas in partenza, il recupero mostruoso di Lewis Hamilton, il passo indietro della Red Bull, i problemi cronici della power unit Renault, la discutibile penalità inflitta a Grosjean. Insomma diversi aspetti che proveremo ad affrontare, come di consueto, sotto una chiave un pelo più tecnico.

Ferrari, finalmente!

Ci voleva una vittoria per “l’ambiente”. Serviva a Sebastian Vettel per provare a cancellare le non eccellenti prestazioni dell’autunno, alla Ferrari perché le sole quattro vittorie (Australia, Bahrein, Montecarlo, Ungheria) stonano rispetto al fatto di essere stata in lizza per la vittoria in 17 gare su 19, a maggior ragione se andassimo a valutare le tre vittorie in campionato della Red Bull, in palla solamente nell’ultimo spezzone di stagione. Serviva al popolo Rosso, che quest’anno ha vissuto la miglior stagione del Cavallino dal 2008, ormai troppo abituato ad un inizio top per poi sparire nel corso del campionato. Serviva a far mollare un minimo la presa del Presidente Marchionne, che al netto di alcune critiche giuste nei confronti del pilota tedesco relative ad alcune situazioni in cui si poteva comportare meglio, nel corso dell’anno forse ha esercitato troppa pressione su un gruppo di lavoro che comunque ha conteso il mondiale ad un team mostruoso, ormai abituato a vincere.

Serviva a Kimi Raikkonen salire sul podio, a seguito di una gara di sostanza in cui prima ha provato ad attaccare Bottas, poi si è dovuto difendere dall’arrivo di gran carriera di Lewis Hamilton nel finale, migliorando di qualche decimo quello che era stato il suo passo gara sino a quel momento. Il finlandese mai così bene da almeno tre anni, pur considerando che quella del 2017 è stata una stagione a servizio di Vettel. Va detto che ad onor del vero, che se Hamilton fosse partito nelle primissime file come ci si attendeva dalla qualifica prima che andasse a muro, sia la vittoria del tedesco che il podio del finnico sarebbero potuti essere messi in discussione, ma così è andata la gara e questo ci troviamo ad analizzare.

Eppure, è stato un week-end in cui nel box Ferrari ha funzionato tutto. Al di là dei piloti infatti, bisogna registrare l’ottima reattività della squadra a rispondere all’undercut dei rivali della Mercedes, eseguendo il pit stop di Vettel in 2.1 secondi, quasi 6 decimi meglio della sosta di Valtteri Bottas. Se consideriamo che all’uscita dalla corsia dei box, il finnico si è trovato praticamente nei tubi di scarico della SF70H del tedesco, possiamo dire che la rapidità dei meccanici in rosso è stata fondamentale per la vittoria della gara. A questo possiamo anche aggiungere che Bottas sia dovuto ricorrere all’undercut per provare a sopravanzare Vettel, motivo il quale la dice lunga anche sull’ottimo passo gara messo in mostra dalla vettura di Maranello.

Mercedes, ulteriore conferma

La scuderia della Stella a Tre Punte, pur avendo intascato il quarto titolo mondiale consecutivo non si è affermata anche in Brasile, ed il fatto che sia mancata una vittoria è già di per sé una notizia. Quello che però bisogna analizzare sono le due gare opposte dei due alfieri del team di Brackley. Bottas è sembrato avere la sindrome del piedino in partenza. Infatti, allo spegnimento dei semafori, il finlandese non ha avuto uno stacco frizione per niente male, così come Vettel. Probabilmente però, il non eccelso livello agonistico dell’ex pilota Williams non gli ha consentito di chiudere come si deve la porta al tedesco della Ferrari, se non farlo quando ormai i due appaiati sono entrati alla prima S, con il tedesco della Ferrari che avendo il favore della traiettoria è uscito primo alla prima curva.

Per il resto è stata una gara complessivamente in gestione, visto che i tempi con chi precedeva praticamente si eguagliavano. Probabilmente sarebbe servita un pizzico di cattiveria in più nel giro subito dopo il pit stop per provare a recuperare qualcosa di più a Vettel, ma così non è stato.

Di tutt’altra pasta la gara di Lewis Hamilton, partito dalla pitlane e giunto quarto; inoltre, negli ultimi dieci giri l'inglese ha messo a rischio il podio di Kimi Raikkonen. Premesso che ci si poteva attendere una gara sontuosa da parte del neo quattro volte campione del mondo, quanto fatto dal britannico è qualcosa che è andato al di là delle aspettative della stessa scuderia, la quale aveva posto come obiettivo della rimonta la quinta posizione.

Dobbiamo spendere due parole in più circa l’aspetto tecnico della rimonta di Hamilton, che ha potuto beneficiare di un pacchetto diverso anche rispetto al compagno di squadra e per farlo facciamo un passo indietro. Al sabato, le qualifiche si sono concluse con l’alfiere della Mercedes classificato come ultimo, per via dell’incidente di cui si è reso protagonista nel primo giro delle Q1. A quel punto, i tecnici di Brackley hanno colto la palla al balzo e, con entrambi i titoli mondiali ormai assegnati, hanno optato per la sostituzione di gran parte della power unit (motore termico, turbocompressore, MGU-H) ma anche per mettere mano al setup della vettura.

Come sapete, vista la regola del parco chiuso, le vetture vengono settate prima della qualifica, senza che vi si possa mettere mano prima della gara salvo deroghe su alcune componenti. Sta di fatto che sulla vettura numero 44, è stato possibile lavorare sul settaggio della sola gara, partendo dalla pitlane con cospicuo ritardo rispetto ai concorrenti, invece che prendere posizione sulla griglia di partenza.

Da un punto di vista motoristico, l’inglese ha avuto in dote una power unit che dovrà durare solamente mille chilometri, a fronte dei circa 3000 a cui viene tipicamente sottoposta una unità motrice di Formula 1 che deve durare circa cinque Gran Premi. Questo ha consentito al pilota di Stevenage di usare il cosiddetto bottone magico per oltre 30 giri, contando sul fatto che questa motorizzazione sarebbe dovuta durare solo per le ultime due gare, quindi ha potuto “strapazzarlo” di più. Per dovere di cronaca va detto che quella usata in Brasile, è una power unit omologata con la nuova regola del consumo d’olio introdotta a Monza, quella che limita a 0,9 litri di lubrificante utilizzabili ogni 100 chilometri.

Per quanto riguarda il setup, sulla macchina di Hamilton è stata scelta un’ala posteriore da minor carico rispetto a quella del compagno di squadra. L'intenzione era di porre l’inglese nelle condizioni di trarre il massimo dai due rettilinei per recuperare posizioni, che con un’ala da minor carico magari aveva un delta velocità guadagnato minore, pur avendo una minor resistenza all’avanzamento, compensata dal “sovrautilizzo” della power unit per i motivi suddetti.

La domanda che qualcuno si porrebbe adesso è: ma se Hamilton fosse partito nelle primissime file, avrebbe potuto sostenere una gara di questo tipo?  La risposta ovviamente non la sapremo mai, ma sinceramente è difficile pensarlo. Sicuramente con una power unit con già diversi Gran Premi alle spalle non avrebbe consentito l’utilizzo del bottone magico per 30 giri. A questo aggiungiamo che l’inglese è stato l’unico in pista ad avere una vettura “preparata” solo per la gara e che la Safety Car all’inizio gli ha consentito di arrivare in coda al gruppo in maniera immediata. Quindi, oggettivamente, il pacchetto tecnico di partenza di Hamilton era “diverso” ed un pizzico favorevole rispetto allo stesso compagno di squadra per quanto detto. Ma ovviamente la gara di Hamilton è stata F-A-N-T-A-S-T-I-C-A.

Passo indietro Red Bull

Dopo le vittorie in Malesia e in Messico, exploit di un ultimo spezzone di stagione assolutamente di rilievo, la Red Bull è sembrata soffrire durante un po’ tutto il week-end brasiliano. Se già dal venerdì è sembrata distaccata da Mercedes e Ferrari sia sul passo gara che in simulazione da qualifica, domenica si è avuta una ulteriore conferma di quanto previsto. Il tutto è da ricondurre a due motivazioni principali, che adesso proveremo a spiegare.

La prima riguarda il deficit di potenza della power unit Renault, quantificabile secondo i ben informati in 20 – 30 CV rispetto allo standard. Il motivo è da ricondurre alla scarsa affidabilità dimostrata dalla motorizzazione transalpina, come purtroppo già dimostrato nello scorso Gran Premio del Messico. Purtroppo, sia l’Autodromo Hermanos Rodriguez di Città del Messico che il Carlos Pace di San Paolo del Brasile, si trovano non proprio sul livello del mare, rispettivamente a 2200 e 800 metri di altitudine. Questo comporta una minor potenza esprimibile dall’unità termica, compensata dal gruppo turbocompressore che però deve lavorare a dei regimi di rotazione più elevati del solito. Questo combacerebbe con quanto visto nello scorso appuntamento proprio in Messico, in cui su sei vetture motorizzate Renault, ci siano stati ben quattro ritiri dovuti al componente suddetto.

La seconda motivazione è da ricercare nella filosofia progettuale della RB13, nata come vettura più propensa ad una bassa resistenza all’avanzamento che ad un miglior livello di carico sviluppato. Se quindi questo aiutava, fino ad un certo punto, a compensare la minor velocità per via della minor potenza della motorizzazione francese, si è dimostrato deleterio nel secondo tortuoso e lungo settore del tracciato di Interlagos, dove invece il carico aerodinamico è fondamentale per avere una buona stabilità e motricità. Dunque, i tecnici di Milton Keynes hanno provato a ricercare un compromesso negli assetti, che però non ha pagato. Questo ha costretto Max Verstappen a strapazzare maggiormente gli pneumatici in frenata, in curva e nella zona centrale della pista, obbligandolo ad un secondo pit stop nel finale quando era sicuro che il distacco con chi seguiva non gli avrebbe fatto perdere alcuna posizione.

I passi gara

Cominciamo col dire che le condizioni ambientali hanno favorito la Ferrari. Infatti, in gara ha fatto molto caldo, con temperature dell’asfalto che si  aggiravano tra i 55 e i 60 °C. Questo però non ha generato problemi di bilanciamento, ma ha favorito ad esempio la gestione gomme della Ferrari, che è stata imprendibile nel settore centrale. Basti pensare che nel duello cronometrico tra Sebastian Vettel e Valtteri Bottas, il finlandese rifilava un decimo e tre decimi rispettivamente nel primo e terzo settore, mentre nella zona centrale il tedesco staccava di quasi 4 decimi il diretto concorrente, il quale con prestazioni cosa livellate per ogni giro, non ha potuto fare altro che provare l’undercut per passare in testa.

Dall'analisi dei dati, notiamo però come in media, nel primo stint il ferrarista sia stato più performante dell’alfiere della Mercedes, sintomo della ritrovata competitività della Rossa su circuiti del genere e con molto caldo. In questa fase di gara, è importante notare che per quanto detto in precedenza, Hamilton su gomme soft e macchina carica di carburante, nel pieno della lotta a centro gruppo, è riuscito a perdere solamente un decimo rispetto ai primissimi.

Nella seconda parte di gara invece, le prestazioni tra i primi due si sono praticamente livellate, con la Mercedes che è risultata come previsto più performante sulle Soft, che sono delle mescole che hanno un range di funzionamento più alto, quindi che si offrono meno ad un eventuale surriscaldamento. In questa fase di gara si è visto come Hamilton, in condizioni di macchina leggera e gomme supersoft, abbia impostato un intenso ritmo di qualifica, uscendo dal pitstop ad oltre 18 secondi dalla vetta per giungere alla bandiera a scacchi a soli 5 secondi e mezzo da Vettel.

Penalità a Grosjean. Perché?

Una cosa non rimane chiara al sottoscritto. Nel primo giro, alla Ferradura, Romain Grosjenan è stato protagonista suo malgrado di una perdita di aderenza che ha coinvolto anche Esteban Ocon, costretto poi al ritiro. Il pilota della Haas all’interno, il francese della Force India all’esterno nell’intento di compiere un sorpasso da urlo. Il primo, preso dalla lotta con il collega, magari esagera nella percorrenza di curva, gomme un pizzico fredde, macchina carica, perde aderenza, si gira e colpisce il suo concorrente. Penalità per cosa? Boh.

Questo quanto uscito dal Gran Premio del Brasile, diciannovesima prova del mondiale di Formula 1 2017. Prossimo appuntamento con l’ultima gara dell’anno ad Abu Dhabi.