Australian Open, l'importanza della superficie

Campi più rapidi e tennis più spettacolare: la lezione dell'ultimo Slam andato in scena a Melbourne.

Australian Open, l'importanza della superficie
Roger Federer colpisce di rovescio durante gli ultimi Australian Open. Fonte:  Ben Solomon/Tennis Australia

Sono ormai anni che nel circuito Atp si assiste all'omologazione delle superfici di gioco. Una tendenza accentuatasi a partire dagli anni Duemila, al fine di contrastare il dominio dei grandi battitori. E' forse anche possibile far risalire il cambio di rotta tra campi rapidi e lenti a un match in particolare: è il 2003 quando, nella giornata d'apertura del torneo di Wimbledon, uno sconosciuto Ivo Karlovic impallina a suon di aces il campione in carica Lleyton Hewitt.

Ivo Karlovic e Lleyton Hewitt a Wimbledon 2003. Fonte. Tennis Australia

La sorte vorrà che quella edizione dei Championships se la aggiudichi poi tale Roger Federer, in finale su Mark Philippoussis. E il match point della prima finale Slam vinta dal Re spiega in maniera plastica su che tipo di erba si giocasse all'epoca. Contro un gran battitore come l'australiano, lo svizzero non teme di giocare praticamente sempre il serve and volley sulla prima di servizio, esattamente ciò che accade sulla palla della partita, quando la risposta di Philippoussis si ferma in rete, per la gioia (alla Bjorn Borg) di un Federer appena ventunenne. 

Roger Federer e Mark Philippoussis durante la premiazione di Wimbledon 2003. Fonte: FoxSports.com

Da quel momento ad oggi i campi in cemento (ma anche in erba) di tutto il mondo sono stati volutamente rallentati, con delle conseguenze chiarissime sull'evoluzione del gioco nel suo complesso. Sulle nuove superfici è sconsigliato seguire a rete il servizio, mentre paga dividendi rimanere a fondo campo, sviluppando una ragnatela di colpi di rimbalzo utilizzati spesso fino alla consunzione. E' così che, gradualmente, si affermano nel circuito i vari Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray, tutti grandi campioni, particolarmente a loro agio nel gioco effettuato con i fondamentali. Si perde così il gusto del tennis di volo, della varietà di colpi (sparisce il rovescio a una mano, non adatto a match di pura resistenza sulla diagonale mancina) e, come corollario, viene in larga misura meno l'imprevedibilità dei risultati. I campi sono uguali pressochè dappertutto, dalla Rod Laver Arena di Melbourne all'Arthur Ashe di New York, dai centrali di Indian Wells e Key Biscayne a quelli di Cincinnati e del Canada. E' un circuito omologato, dove i più forti possono vincere ovunque, e dove le differenze più significative si colgono sulla terra rossa, per sua natura ancor più lenta, piuttosto che sulla nuova erba battuta, come da magistrale definizione di Gianni Clerici. "Nessuno ha mai dominato il tennis come i Fab Four", dirà Pete Sampras nel pieno delle lotte tra Federer, Djokovic, Nadal e Murray: "Ai miei tempi chi vinceva il Roland Garros non aveva molte chances a Wimbledon, e viceversa". Pistol Pete ha ragione, e basta guardare l'albo d'oro dei tornei dello Slam per rendersene conto. Negli anni '90, decennio in cui l'americano dominava i Championships, negli altri Major si assiste a un continuo cambio di padroni. Un tennis forse meno riconoscibile, ma più aperto alle sorprese. 

Pat Rafter e Greg Rusedski, finalisti degli US Open 1997. Fonte: USOpen.org

E se gli Australian Open edizione 2017 passeranno alla storia come uno dei tornei dello Slam più appassionanti dell'ultima decade, non è solo ed esclusivamente per la ritrovata rivalità tra Federer e Nadal, ma anche per lo spettacolo offerto agli spettatori. Campi leggermente, ma allo stesso tempo sensibilmente, più veloci consentono di vedere avanzare tutti i migliori talenti del circuito. Addirittura Andy Murray e Novak Djokovic si fanno sorprendere nei primi turni, rispettivamente da un ventinovenne tedesco che gioca il serve and volley (Mischa Zverev) e da un sostanziale carneade uzbeko (Denis Istomin), giocatore pericoloso e dai colpi sorprendenti se in giornata di grazia e in condizioni favorevoli. Avanzano viceversa i vari Grigor Dimitrov, Dominic Thiem, David Goffin, tutta gente dal talento medio superiore alla norma, mentre spariscono i regolaristi alla David Ferrer e Tomas Berdych. Di queste condizioni si avvantaggiano anche Stan Wawrinka e Kei Nishikori, stoppati da Federer nonostante un eccellente stato di forma, e i match della fase conclusiva del torneo ritornano ad attirare l'attenzione del pubblico. Incontri combattuti, spesso conclusisi al quinto set, ma lontani da quelle maratone da venti scambi alla volta che pure si erano viste solo pochi anni prima in Australia.

Grigor Dimitrov in azione agli Australian Open 2017. Fonte:  Ben Solomon/Tennis Australia

Su una Rod Laver Arena più veloce dell'ultimo tappeto indoor delle Atp Finals di Londra rinasce l'entusiasmo per il tennis, alimentato ovviamente dal ritorno del Re, quel Roger Federer da anni vero e proprio toccasana per il tennis maschile, ma anche da altre prestazioni varie e divertenti, offerte in particolare da Grigor Dimitrov (splendidi i suoi match con Gasquet, Istomin e Goffin). Un cambio di rotta inatteso, che potrebbe aprire una nuova era nel tennis contemporaneo e futuro, quello che vedrà protagonisti nuovi attori, le cui sagome si scorgono già all'orizzonte.