Cenerentole al Gran Ballo

Dall'incertezza sui tempi di rientro, alla finale dello Us Open. Il cammino parallelo di Sloane Stephens e Madison Keys ha tutto il sapore della favola.

Cenerentole al Gran Ballo
Cenerentole al Gran Ballo - Foto: US Open/Twitter

«Lo sport è un piccolo microcosmo della vita e mostra come lo spirito degli essere umani sia capace di battersi contro ogni ostacolo». A pronunciare queste parole, non più tardi di un paio di giorni fa, una che di rinascite ne sa qualcosa, Venus Williams, tornata a ruggire ai suoi livelli dopo un periodo difficile. Gli infortuni, gli acciacchi di un'età non più verdissima, e la sindrome di Sjogren come fastidiosa compagna di viaggio; ma anche una nuova giovinezza che le ha portato in dote due finali Slam - poi perse - e una semifinale agli Us Open.

Strano intreccio di destini in questa storia, di incroci fra protagoniste che, per vari motivi, sembravano perdute per il grande tennis capaci di tornare a ruggire su un campo racchetta in mano. C'è Petra Kvitova, uscita con la mano sinistra devastata da un tentativo di rapina lo scorso dicembre, una sensibilità recuperata a fatica, le ombre fosche ad addensarsi sul suo futuro. Spazzate via, si spera definitivamente, dalla tempesta abbattutasi su Garbiñe Muguruza, a sancire una giocatrice ritrovata. Come Maria Sharapova, uscita a rivedere le stelle dopo un periodo difficile per i noti guai extra campo. E la già citata Venus Williams, che nella notte ha ricevuto disco rosso da un'altra Fenice del tennis femminile, Sloane Stephens.

Difficile non parlare di favola per la tennista americana classe 1993, per troppo tempo ingabbiata all'interno della tutt'altro che semplice e leggera etichetta di nuova Williams, con conseguente corollario di pressione enorme sulle spalle. Si è presa un anno lontana dai campi, disintossicandosi da un clima che lentamente la stava stritolando e risolvendo un fastidioso problema al piede che l'ha costretta a stampelle e tutore. Finita lontanissima dalle posizioni nobili del ranking WTA (per trovare il suo nome, infatti, bisognava scendere fino alla casella numero 934), ha fatto ritorno sui campi a luglio, Wimbledon prima e Washington poi. Assaggi, dolci sapori di normalità e di ritorno alla vita (sportiva): e pazienza se in due partite sono arrivate altrettante sconfitte per mano di Riske e Halep. Per una che fino a pochi mesi prima il campo da tennis lo calcava come inviata per le interviste a caldo, il passo era già stato notevole. E poi, il bello ancora sarebbe dovuto arrivare: la stagione sul cemento regala una giocatrice rigenerata, capace per due volte di centrare la semifinale a stretto giro di orologio, prima a Toronto quindi a Cincinnati. Antipasto ricco di due settimane di assoluta madness vissute all'ombra dell'Empire State Building, cominciate battendo Roberta Vinci e passate dagli scalpi, in stretto ordine di eliminazione, di Cibulkova, Barty, Goerges, Sevastova e Venus Williams. 

Perché si possa completare la bella storia di Sloane, però, resta un ultimo ostacolo da superare. Madison Keys della Stephens è grande amica. Anzi, parola della stessa Sloane, «probabilmente una delle migliori amiche che ho nel circuito». Talento scintillante, Madison, tennis aggressivo e propositivo, quello che le ha permesso di scalare turno dopo turno il prestigioso Torneo americano. Ma anche lei, come la collega e amica, ha dovuto passare attraverso nuvole nere, colpa di un polso in disordine e di una soluzione al problema rimandata per non perdere l'occasione di giocare il Master di Singapore. «Non è facile togliermi da un campo di tennis» ripete Madison, che del Gioco si nutre. Ma quando il fisico presenta il conto, c'è poco da fare: un primo intervento, il tentativo di rientro, la brutta stagione sulla terra rossa, la necessità di un secondo ricorso al bisturi, la lenta ripresa tenendo a bada a colpi di serie Tv il fuoco sacro dell'agonismo che arde costante in lei. Da scaricare, finalmente a briglia sciolta, sul cemento americano, per andare a prendersi la prima finale Slam della sua carriera.

Da giocare contro un'amica, anch'essa al primo grande appuntamento, anch'essa riemersa dagli abissi. Da quelle parti, queste storie si chiamano fairy tales. E forse termine più appropriato per la finale Us Open di quest'anno non si poteva trovare. A prescindere da chi sarà la Regina al termine del gran ballo delle debuttanti.