Atp Miami, dai Fab Four a un uomo solo al comando

Novak Djokovic conquista anche Key Biscayne, proseguendo in un dominio che non conosce soste e, forse, nemmeno avversari.

Atp Miami, dai Fab Four a un uomo solo al comando
Novak Djokovic bacia il trofeo del torneo di Miami

C'erano una volta i fantastici quattro, Fab Four nella versione anglosassone. Roger Federer, Rafa Nadal, Novak Djokovic e Andy Murray. Quattro grandi campioni (con lo scozzese entrato nella ristretta èlite per costanza di rendimento e qualche acuto improvviso) in grado di spartirsi, un po' a rotazione, i tornei più prestigiosi del circuito Atp. La finale di ieri a Miami, con il serbo vincitore in scioltezza sul giapponese Kei Nishikori (doppio 6-3 sul centrale di Key Biscayne), potrebbe aver invece decretato il passaggio a una nuova era nella storia del gioco. Vero, Novak Djokovic domina (quasi) incontrastato da almeno due anni, ma fino all'ultima edizione degli Australian Open la concorrenza sembrava poter essere ancora agguerrita, come lui stesso aveva fatto notare nella conferenza stampa di chiusura del primo Slam dell'anno.

I due Masters 1000 sul cemento americano hanno invece mostrato quale potrebbe essere il volto del nuovo tennis per gli anni a venire. Niente sfide esaltanti, battaglie epiche di ore fino al quinto set, contrasto di stili con Federer e gioco a specchio con Murray. Nulla di tutto questo, perchè in California e in Florida gli avversari di Nole si sono sciolti come neve al sole. Roger Federer ha dovuto fare i conti prima con i postumi di un'operazione al menisco (una complicazione antipatica per un atleta di 34 anni), poi con un fastidioso virus intestinale che lo ha costretto a rivedere i suoi programmi primaverili. Rafa Nadal si è battuto a Indian Wells, cedendo poi di schianto in semifinale contro il muro di gomma di Mr. Fantastic Djokovic, salvo sparire letteralmente dal campo a Miami per un colpo di caldo. Se a ciò si aggiungono il rovescio subito dal maiorchino a Doha e il k.o. clamoroso a Melbourne contro Verdasco, c'è abbastanza materiale probatorio per sostenere che al momento Nadal non è un reale contendente al trono di numero uno al mondo. Andy Murray si è invece ritrovato alle prese con le sue lune e con i suoi demoni interiori, facendosi sorprendere per ben due volte consecutive al terzo turno dal fattore D, Delbonis e Dimitrov nella fattispecie, in due tornei che lo avrebbero potuto vedere ancor più saldo nella sua posizione di numero due del ranking mondiale, primo vassallo del tirannico Nole. 

Lo scenario vede quindi ora un sol uomo al comando. Non siamo nel ciclismo, ma nel tennis, e quell'uomo è un ragazzo di Belgrado cresciuto esponenzialmente nelle ultime stagioni, al punto da diventare praticamente imbattibile. Anche un Djokovic non sempre perfetto nella parentesi a stelle e strisce ha veleggiato in tutta tranquillità verso la terza tripletta della carriera sulle coste opposte dell'America, con due finali dominate rispettivamente contro Raonic e Nishikori. Il serbo non appagherà il gusto estetico dei puristi della racchetta, da sempre incantati da Federer, non trascinerà le folle in una sorta di corrida come spesso accaduto a Nadal, ma è tremendamente efficace, solido come una roccia, da esemplare definizione del suo rivale elvetico. Già, Federer. L'assenza per due mesi dello svizzero dal circuito maschile ha lasciato intravedere come potrebbe evolvere il tennis Atp alla data del suo ritiro. Uno sport privo di una vera rivalità, anche se Nadal farà di tutto per smentire una simile affermazione, proprio ora che si apre la stagione sul rosso, ultima chiamata per il mancino di Manacòr. Ma il rischio che la dittatura di Nole duri per anni, chiudendo ogni porta a possibili avversari, c'è tutto. L'era di Novak il Grande è nel pieno del suo splendore, e potrebbe toccare il punto più alto a Parigi, unico feudo che ancora resiste all'assalto del più forte di tutti.