Mercato a cifre folli e squilibri sempre più ampi, la UEFA pensa alla rivoluzione

Gli ultimi anni di mercato, caratterizzati da spese folli in incremento esponenziale, hanno mostrato i limiti dell’attuale modello del fair play finanziario, portando la UEFA ad approcciare ad elementi tipici del sistema americano.

Mercato a cifre folli e squilibri sempre più ampi, la UEFA pensa alla rivoluzione
Mercato a cifre folli e squilibri sempre più ampi, la UEFA pensa alla rivoluzione

Notizia dell’ultima ora è l’accordo, raggiunto da parte di Real Madrid e Monaco, per il trasferimento di Kylian Mbappé in camiseta blanca, per la cifra record che si aggira intorno ai 180 milioni di euro, che, se confermato, significherebbe nuovo record ogni epoca, distruggendo quello precedente di Paul Pogba della scorsa estate, passato dalla Juventus al Manchester United per 105 milioni. Ultimo esempio di un'escalation che ha visto le cifre del mercato calcistico europeo, e non solo, subire una rapida ed esponenziale impennata rispetto al decennio scorso, passando da acquisti top che si aggiravano intorno ai 50-60 milioni come cifra media, ad arrivare appunto a questo momento in cui per accaparrarsi un giocatore classe 1998 una squadra deve sborsare una cifra che attenta alle due centinaia di milioni. Come se questo non bastasse, nelle ultime ore i media francesi hanno reso pubblica una notizia che ha dell’incredibile: Il Barcellona e il Paris Saint Germain starebbero intavolando una trattativa, che definire faraonica è davvero riduttivo, per il trasferimento in terra francese di Neymar. Un affare che, secondo le indiscrezioni, ammonterebbe alla cifra inenarrabile e ai limiti della decenza di 562 milioni di euro, cifra mai neanche concepita prima d’ora nel mondo del calcio professionistico.

Questi due esempi sono evidenza della sostanziale inadeguatezza del modello del Financial Fair Play, adottato attualmente dalla UEFA, come deterrente a spese folli e meccanismo equilibratore all’interno del panorama europeo. Esso di fatto consiste in contromisure prettamente finanziarie che pretendono, entro scadenze ben precise, il pareggio di bilancio di ogni squadra partecipante alle coppe europee e quindi di maggior livello tecnico, oltre che caratterizzate dal maggior seguito di pubblico. Nell’eventualità di un mancato rispetto di questa normativa, basata sul principio “spendi quanto guadagni”, sono previste sanzioni pecuniarie oltre che impedimenti quali estromissioni di calciatori da coppe europee o limitazioni nella seguente finestra di mercato. Questo modello tuttavia ha mostrato durante il proprio utilizzo parecchie falle e modi per aggirarlo, oltre che di fatto un sostanziale fallimento verso il compito che le massime cariche della UEFA, si erano proposti introducendo tale contromisura. Le spese folli ci sono e lo sono sempre più, come dimostrano le cifre sopracitate e le squadre storicamente con più potere d’acquisto hanno aumentato il gap con quelle che costruiscono progetti tecnici vincenti, ma non hanno i mezzi per perpetrarli a lungo termine a fronte di offerte di tale portata durante le finestre di mercato. Esempio lampante di questa cosa è il Monaco, semifinalista di Champions League della prossima stagione, che ha visto partire tantissimi elementi fondamentali della propria squadra a fronte di offerte esorbitanti, sia per l’acquisto che per l’ingaggio del calciatore.

Appurato il sostanziale fallimento del fair play finanziario, la UEFA, incarnata dal suo neo presidente Aleksander Ceferin, pare stia considerando una parziale rivoluzione volta appunto agli obbiettivi già citati, che hanno come conseguenza diretta la concentrazione di campioni nelle medesime realtà di spicco, a discapito di quelle di minor blasone o in via di sviluppo, con misure restrittive nuove al contesto europeo, ma già ampiamente sperimentate nel modello americano, che fa del federalismo e della distribuzione equa delle risorse la sua via di espressione più pura, per quanto riguarda lo sport e non solo. La prima di queste novità potrebbe essere rappresentata da una luxury tax applicata ad ogni acquisto in percentuale variabile (dal 10% al 100%) e direttamente proporzionale all’ onerosità dell’acquisto, con conseguente versamento della quota nelle tasche della UEFA, che ricoprirebbe il ruolo di regolatore principale. Questa tassa potrebbe anche essere applicata sullo stipendio dei giocatori, disincentivando i club a strapagare gli atleti che hanno sotto contratto. Un'altra possibilità che non esclude necessariamente la prima è il cosiddetto salary cap, ovvero un tetto salariale, fissato in modo uguale per tutte le squadre di una determinata fascia di livello. A livello pratico questa contromisura livellerebbe la disponibilità economica delle varie squadre per quanto riguarda gli ingaggi dei giocatori, che percepirebbero cifre simili in tutte le squadre di simile livello, essendo il tetto uguale per tutti, rendendo più difficile alle squadre più ricche l’acquisizione di talenti da altre società, con uno stipendio faraonico come arma di persuasione. Ultima operazione, che la UEFA pare aver preso in considerazione, è quella di un processo che prevede alcune limitazioni alle rose delle varie squadre: esse vanno ad infettare il numero di giocatori acquistabili nelle varie finestre di mercato, che verrebbe limitato, imporrebbe una regolamentazione sui prestiti, per lo più basato sull’età del giocatore (ha senso prestare un giovane, non un trentenne) e un intervento più o meno radicale sul sistema dei trasferimenti, come ad esempio l’abolizione delle clausole rescissorie, rendendo più difficile l’interruzione dei contratti dei calciatori.

Contromisure che trovano applicazioni valide e di assoluta efficacia in leghe come l’NBA, l’NFL o la Major League Baseball, in cui di fatto ogni società che le compone ha il medesimo potere d’acquisto, il medesimo spazio economico da utilizzare per gli stipendi degli atleti e quindi, teoricamente, le stesse possibilità di vittoria. Sicuramente una rivoluzione di questa portata non potrà certamente essere repentina e tantomeno applicabile a cuor leggero, perché significherebbe probabilmente una rivoluzione del concetto di mercato a cui siamo stati abituati per decenni. Regolamentazioni che negli States funzionano in maniera ottimale, inoltre, non danno la garanzia di avere i medesimi risultati in Europa, considerata la profonda differenza tra i due sistemi sportivi, sia per quanto concerne il livello professionistico che lo sviluppo antecedente degli atleti. Ammirevole comunque il tentativo della UEFA di mettere in discussione, anche radicalmente, principi cardine del proprio sistema, per garantire un modello che privilegerebbe la costruzione oculata e la sapienza tecnica e finanziaria, ai fiumi di denaro che, in questo momento storico, la fanno da padrone in un contesto calcistico che sta assumendo fattezze e priorità fin troppo imprenditoriali e sempre meno sportive.

fonte: Gds